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Preview from chapter one
Il salotto della villa era un microcosmo ovattato, protetto da pesanti tende di velluto bordeaux che soffocavano i rumori della pioggia battente fuori dai vetri e intrappolavano la luce calda delle lampade a stelo. Al centro, un pianoforte a coda nero lucido rifletteva i contorni sfumati della stanza, custode silenzioso di melodie mai suonate. L'aria sapeva di carta antica, cera d'api e del profumo agrumato e sottile che Valentina portava sempre con sé, un misto di bergamotto e muschio bianco che sembrava aggrapparsi alla tappezzeria e ai vestiti, lasciando una scia invisibile ma persistente in ogni angolo della stanza.
Erano le cinque del pomeriggio. Le lezioni di francese erano iniziate a ottobre, e ora, con l'avvicinarsi della sessione invernale e dell'esame più ostico del corso di laurea magistrale, gli incontri si erano fatti più serrati. Ma la grammatica, i verbi irregolari del terzo gruppo e le eccezioni sintattiche avevano smesso da tempo di essere l'unico centro di gravità di quelle ore pomeridiane. Elena sedeva sul divano di pelle scura, le gambe composte ma tese, il quaderno ad anelli aperto sulle ginocchia. Indossava un maglione di cashmere color tortora, morbido e cascante, che lasciava intravedere la curva della spalla ogni volta che un fremito involontario la percorreva. Valentina era in piedi, di fronte a lei, con una copia del Bescherelle tra le dita e gli occhiali da lettura abbassati sulla punta del naso.
Il silenzio tra loro non era mai vuoto. Era un silenzio gravido, fatto di sguardi obliqui e di una consapevolezza reciproca che cresceva di lezione in lezione, come un accumulo di elettricità statica prima del temporale.
«Prendi il condizionale passato», mormorò Valentina , la voce bassa, modulata su un registro che sapeva di autorità accademica ma che tradiva una vibrazione sottile. «Not è solo una questione di concordanza dei tempi. C'è una logica di subordinazione che richiede il superamento di un blocco psicologico prima che grammaticale».
Elena sollevò il mento. I suoi occhi scuri, quasi neri alla luce soffusa della lampada, fissarono quelli di Valentina con una sfida muta e bruciante. La distanza tra la cattedra improvvisata del tavolino basso e il divano era di appena un metro, ma in quel momento sembrava misurare un abisso incolmabile e, al tempo stesso, sottilissimo.
«E quando la regola fallisce? Quando l'ipotetico diventa l'unica realtà che si riesce a respirare?», domandò Elena . La sua voce non tremava, ma ogni parola era scandita con una lentezza esasperante, carica di un'intenzione che non lasciava spazio a equivoci.