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Il dominio della signora

569 words·3 min read

La cartella era di cartoncino economico, quello che si compra al supermercato, e sotto le dita di Luca aveva già preso la forma di una mezzaluna. La stringeva da quando era entrato, da quando la segretaria gli aveva detto «Si accomodi, l'avvocatessa è libera» e lui aveva capito che non era vero, che nessuno era libero in quella stanza, nemmeno l'aria.

Lo studio odorava di caffè bruciato e di pelle vecchia. Non il cuoio nuovo delle vetrine, ma quello consumato delle poltrone che hanno tenuto su troppe schiene, troppe attese, troppe parole dette a voce bassa. Luca contò tre librerie, un lampadario di ottone che non accendeva nessuno, e una finestra alta da cui entrava una luce di novembre che non scaldava niente.

Elena Marchetti non lo guardò subito. Fini di scrivere — la penna che grattava la carta, lenta, precisa — poi posò il foglio, si tolse gli occhiali con due dita e li appoggiò sulla scrivania. Solo allora alzò gli occhi.

Erano azzurro ghiaccio, e non si muovevano. Restavano lì, fermi, come se stessero leggendo qualcosa scritto sotto la pelle del viso di lui.

Luca sentì il labbro inferiore finire tra i denti. Lo morse. Non riuscì a smettere.

«Fiorelli,» disse lei. La voce non era alta. Non aveva bisogno di esserlo. «Luca Fiorelli.»

«Sì. Sì, avvocatessa.»

«Hai portato i documenti.»

«Sì.» La cartella si piegò ancora, sotto le dita. «Cioè — sì. Sono qui.»

Lei non sorrise. Lo guardò ancora, per un tempo che a Luca sembrò più lungo di tutto il tragitto in autobus, più lungo della fila alle poste, più lungo di qualunque silenzio avesse mai attraversato in diciotto anni. Poi prese gli occhiali, li ripiegò, li posò accanto alla penna.

«Chiudi la porta.»

Luca si voltò. La porta era a tre passi, pesante, di legno scuro. La chiave era già inserita nella toppa, vecchia, di ottone annerito. La girò. Il rumore — un clic secco, definitivo — gli risalì lungo la spina dorsale come una corrente.

Quando si voltò di nuovo, lei si era alzata.

Non aveva fatto rumore. Era semplicemente in piedi, dietro la scrivania, e il tubino nero le cadeva dritto sulle gambe lunghe. Sessant'anni, e si muoveva come se il corpo fosse un attrezzo che conosceva a memoria. Nessuna esitazione. Nessuna fretta.

Fece il giro della scrivania. Luca rimase fermo, la cartella ancora in mano, e la vide avvicinarsi — il profumo arrivò prima di lei, qualcosa di amaro, di pulito, non i fiori dolci delle ragazze della sua età. Poi si fermò a un palmo da lui.

Alzò una mano. Le dita, fredde, gli si posarono sotto il mento.

E lo tirarono su.

Luca non si era accorto di avere la testa bassa. Forse da quando era entrato. Forse da sempre. Le dita di lei premevano appena, sotto l'osso, e lo costringevano a guardarla — gli occhi azzurro ghiaccio a venti centimetri dai suoi, la bocca sottile, il caschetto platino che non si muoveva di un millimetro.

«Sei qui per la pratica,» disse lei, «o per qualcos'altro?»

Il sorriso arrivò dopo le parole. Sottile, appena accennato, come se fosse la conclusione di un ragionamento che Luca non aveva sentito.

Lui aprì la bocca. La gola si mosse, una volta, due. «Io — la pratica, sì, mia madre mi ha detto di portare — c'è il modulo, quello per la —»

«Luca.»

Il nome, detto così, lo fermò come una ...

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