La doccia di mamma
Il rumore arrivava prima di tutto. Non il silenzio della casa vuota, non il fruscio della TV lasciata accesa in salotto per compagnia — l'acqua. Scrosciava dietro la porta socchiusa del bagno, un suono pieno, continuo, che riempiva il corridoio stretto come un respiro trattenuto troppo a lungo.
Matteo si fermò. La canottiera bianca gli si appiccicava alla schiena per il caldo di settembre, e le mani — callose, ancora sporche di grasso nero dell'officina — gli pendevano lungo i fianchi come se non sapessero dove andare. La porta era aperta di una spanna. Non abbastanza per vedere. Abbastanza per sentire il vapore uscire a ondate e posarglisi sulla faccia.
Non era la prima volta che la trovava così. Era la prima volta che si fermava.
Un passo. Le piastrelle del corridoio scricchiolarono sotto il piede scalzo e lui si bloccò, il cuore che batteva in gola come se avesse corso. Dall'altra parte dell'uscio, l'acqua continuava a cadere. Nessuna voce. Nessun rumore di passi nel box. Solo quel getto costante che gli riempiva la testa di un bianco uniforme.
«Mamma?»
La sua voce uscì più bassa di quanto volesse. Nessuna risposta. O forse sì — un movimento appena percettibile, il fruscio di un braccio contro la ceramica. Matteo appoggiò la punta delle dita sulla porta e la spinse. Cedette senza resistenza, come se fosse stata lasciata aperta apposta.
Il vapore gli investì la faccia. Caldo, umido, con dentro quell'odore — gelsomino e sapone, la fragranza che impregnava i cuscini del divano, che lui sentiva addosso ai vestiti anche quando lei non c'era. E sotto, qualcosa di più caldo, di più vero, che non aveva nome.
Lucia era sotto il getto, di spalle. I capelli brizzolati, sciolti dalla crocchia, le ricadevano bagnati lungo la schiena — una schiena che Matteo non ricordava di aver mai visto nuda, ma che conosceva a memoria per come si muoveva sotto la vestaglia di seta bordeaux, per ...