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La visita oculistica
Erotica

La visita oculistica

by stevenblack
Explicit
2,223 words

Milano. Fuori dai doppi vetri insonorizzati, la città scorre come un battito sordo; dentro lo studio del dottor Stefano Moretti, il tempo sembra sospeso tra rigore clinico e attrazione repressa. Cinzia, modella dal fascino magnetico e dall'impazienza tagliente, arriva con sette minuti di ritardo a una visita di controllo che si rivelerà ben presto tutt'altro che routinaria. Tra test ottotipici, il ticchettio delle lenti del phorotter e l'inconfondibile profumo di cedro e tabacco, i confini professionali si sgretolano lentamente. Quando il protocollo medico cede il passo al desiderio, la seduzione diventa un gioco di sguardi e controllo in cui l'unica certezza è l'eccezione alla regola.

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Il salotto dello studio non rifletteva la città; la intrappolava, la filtravano attraverso doppi vetri insonorizzati che riducevano il ruggito dei viali milanesi a un respiro sordo, lontano, simile al battito di un cuore sepolto sotto metri di terra. All'interno, l'odore non era quello asettico del cloro o della formaldeide che Cinzia si portava appresso dai ricordi d'infanzia. Qui l'aria profumava di mogano stagionato, di carta pesante e di un'essenza inconfondibile di cedro e tabacco che sembrava fluttuare immobile, pesante di una densità quasi liquida. Il dottor Stefano Moretti non sedeva dietro la scrivania. Era in piedi, immobile, vicino alla parete di fondo, con la mano destra appoggiata sul bordo metallico del grande tabellone ottotipico spento. Il camice bianco gli cadeva addosso con un rigore quasi militare, ma i polsini erano leggermente risvoltati, rivelando l'orlo di una camicia di seta nera che saliva su, lungo la curva pulita dei polsi, fino a sparire nell'ombra delle maniche. Sotto il camice si intuiva una corporatura asciutta, statuaria, racchiusa in una tensione statica che tradiva un controllo ferreo. Cinzia non si era ancora mossa dalla soglia. Aveva lasciato la borsa di pelle pesante su una panca di cuoio scuro vicino all'ingresso, e ora restava lì, in piedi nel mezzo dello studio, avvolta in un cappotto color cammello che le dava l'aria di un'apparizione fuori luogo, un frammento di mondanità sradicato da un set fotografico e gettato in quel mausoleo di precisione scientifica. Sotto il cappotto, la stoffa leggera di una camicia di seta scura aderiva alle forme piene del petto, seguendo ogni sussulto del suo respiro accelerato. — Sei in ritardo di sette minuti, Cinzia — disse Stefano. La voce non era alta, ma possedeva una risonanza particolare, un timbro basso che sembrava rimbalzare contro i vetri scuri senza disperdersi. Non si voltò subito; rimase con le dita abbandonate sul metallo bianco del tabellone, come se stesse misurando la temperatura dell'apparecchio. — Il traffico in corso Venezia era bloccato, dottore — rispose la modella, la voce che tradiva una punta di fastidio mal celato, un'impazienza fisica che le faceva muovere irrequieta il peso del corpo da un tacco all'altro. Le labbra, naturalmente carnose, si strinsero in una linea sottile. — Pensavo che la puntualità fosse una virtù privata, non un obbligo contrattuale. Stefano girò lentamente il capo. I suoi occhi, incorniciati da lenti sottili cerchiate d'oro che riflettevano la penombra della stanza, fissarono Cinzia con una calma glaciale, quasi inquisitoria, scivolando lentamente dai suoi stivali alti fino alla linea tesa del collo. — Qui non sei su un set, Cinzia. Qui non c'è nessuno che debba lusingarti o fingere che il tuo tempo valga più del mio — mormorò Stefano, iniziando a camminare verso di lei con passi misurati, lenti, ritmati dal ticchettio sordo dei tacchi sul parquet scuro. — Qui si misura ciò che sfuggi. E a giudicare da come socchiudi le palpebre quando guardi le luci della strada, la tua vista sta cominciando a tradirti nei punti in cui non vorresti ammetterlo. Cinzia sentì un brivido sottile, freddo, correre lungo la curva del collo, sotto il bavero del cappotto, scendendo rapido lungo la spina dorsale fino a farle contrarre i muscoli dell'addome. Fece un passo indietro, ma la sua spalla urtò contro il bracciolo della poltrona da visita, quella grande sedia girevole in pelle nera dominata dalla mole minacciosa e complessa del phorotter. — La mia vista va benissimo — disse Cinzia, sollevando il mento in una sfida istintiva, mentre Stefano si fermava a meno di mezzo metro da lei, così vicino che il profumo di cedro e tabacco le riempì improvvisamente i polmoni, azzerando la distanza geometrica tra i loro corpi. — Vedremo — sussurrò il medico, allungando una mano con dita lunghe, affusolate, prive di anelli, per sfiorarle appena la montatura degli zigomi, risalendo poi con i polpastrelli a tracciare il contorno dell'orecchio. La pelle di Stefano era calda, di un calore vivo che contrastava con il gelo formale dell'ambiente. — Sfilati il cappotto. E smettila di fingere di essere altrove. Cinzia obbedì con un movimento rigido, quasi meccanico, sfilandosi il cappotto di cacciatore e lasciandolo scivolare sulla poltrona di cuoio. Sotto, la camicia di seta nera aderiva come una seconda pelle, modellando il profilo generoso del seno, i capezzoli già turgidi per la tensione che saturava l'aria. Stefano non distolse lo sguardo neanche per un istante. I suoi occhi scuri scesero a mappare ogni centimetro di quel corpo esposto, indugiando con una morbosità scientifica sulla curva dei fianchi e sulla linea tesa del collo. — Siediti — ordinò il medico, indicando la poltrona da visita. Cinzia si sedette, affondando nella pelle fredda. Subito dopo, Stefano si mosse alle sue spalle. La modella avvertì il fruscio pesante del camice bianco che sfiorava lo schienale, poi il calore corporeo del medico farsi così fitto da cancellare ogni percezione della stanza. Le mani di Stefano scivolarono con decisione attorno alla sua testa, afferrando delicatamente le tempie per guidarla in avanti. La fronte di Cinzia andò a premere contro il supporto rigido, mentre il grande visore metallico del phorotter veniva abbassato con un clac metallico, incorniciando il suo viso in un cerchio di lenti e ingranaggi. — Adesso — mormorò Stefano, la bocca vicinissima all'orecchio destro della ragazza, tanto che il suo respiro caldo le accarezzò i peli sottili della nuca. — Fissa il tabellone laggiù. La riga più bassa. Quella che per te è solo una macchia informe. Cinzia aprì gli occhi. Attraverso le prime lenti neutre, il rettangolo luminoso brillava di un bianco accecante, solcato da caratteri minuscoli che danzavano, sfocati e incomprensibili. — Non vedo... non riesco a mettere a fuoco, Stefano... dottore — corresse subito Cinzia, la voce tradita da un tremito incontrollabile. — Non stai guardando dove dovresti — rispose il medico. Con un movimento fluido, Stefano si sporse lateralmente, posizionandosi esattamente nel campo visivo di Cinzia, a meno di venti centimetri di distanza. Il tabellone luminoso proiettava un alone lattiginoso attorno ai loro profili, creando un cono d'ombra perfetto in cui esistevano unicamente i loro sguardi. Le labbra di Stefano erano socchiuse, umide, a un passo dalle sue. Con dita esperte, il medico iniziò a far ruotare la prima ghiera metallica del visore. Un clac-clac ritmico che scandiva il tempo di un'attesa ormai insostenibile. Le lenti scattavano, distorcendo e ricomponendo il mondo visivo di Cinzia, ma la ragazza aveva smesso di guardare le lettere. I suoi occhi erano catturati dal riflesso del viso di Stefano sulle superfici di vetro del visore, e soprattutto dalla vicinanza carnale di quel corpo che premeva contro il suo fianco. — Questa? — chiese Stefano, la voce ridotta a un sussurro vellutato, denso di promesse non dette. — No... non vedo nulla... — ansimò Cinzia, le mani aggrappate con tanta forza ai braccioli di pelle che le nocche le erano diventate bianche. Stefano fece un altro scatto alla ghiera, ma contemporaneamente la sua mano libera abbandonò il visore e scivolò lentamente lungo il braccio della modella, tracciando una linea rovente attraverso la stoffa sottile della camicia di seta. I polpastrelli affondarono nell'incavo del gomito, risalendo con una lentezza esasperante lungo l'interno del bicipite, fino a sfiorare la linea sensibile dell'ascella. Cinzia emise un gemito strozzato, un sussulto che le inarcò la schiena contro lo schienale, portando il suo petto a premere violentemente contro il braccio di Stefano. Il profumo di cedro e tabacco le invase i polmoni, mescolandosi all'odore caldo della pelle sudata. — Hai il battito accelerato, Cinzia — sussurrò il medico, inclinandosi ancora di più, annullando definitivamente ogni residuo di spazio. — La tua vista vacilla sempre quando ti trovi di fronte a qualcosa che non puoi controllare. — Tu... tu non stai facendo un esame... — mormorò la modella, con le labbra tremanti, socchiuse in un invito muto e disperato. — Forse no — rispose Stefano, con un sorriso sottile, quasi crudele nella sua bellezza. Le mani di Stefano abbandonarono il braccio per risalire con decisione lungo il collo, affondando nei capelli sciolti di Cinzia, afferrandone le ciocche con una presa ferma, possessiva, che costrinse la testa della ragazza a rovesciarsi all'indietro. In quel secondo esatto, il phorotter fu spinto via con un colpo secco, liberando completamente lo spazio tra i loro volti. Le labbra di Stefano si abbassarono d'improvviso, catturando quelle di Cinzia in un bacio profondo, avido, che sapeva di urgenza e di una fame repressa troppo a lungo. Il bacio esplose con la violenza di un argine che cede. Cinzia spalancò la bocca, accogliendo l'affondo della lingua di Stefano in un sussulto di puro abbandono. Le loro bave si confusero in un rantolo caldo, disperato, mentre le mani del medico stringevano la nuca della modella con una forza che non ammetteva repliche, costringendola a subire quel possesso totale. Il corpo di Stefano premeva interamente contro il fianco di Cinzia, schiacciandola contro la poltrona. Attraverso i tessuti dei vestiti, il calore dei loro corpi si trasmetteva per osmosi: il petto rigido del medico contro la morbidezza del seno della modella, i fianchi che aderivano in un incastro perfetto e febbrile. Cinzia, fuori di sé per la vertigine di quel contatto, sollevò le braccia, infilando le dita tra i bottoni del camice bianco di Stefano, spalancandolo con uno strappo impaziente. Sotto, la camicia di seta nera aderiva come una seconda pelle lucida sui seni alti e sodi del medico, i cui capezzoli, duri e tesi per l'eccitazione, premevano contro la stoffa scura. Stefano emise un gemito basso, gutturale, sorpreso da quell'affondo inaspettato. Le sue mani mollarono la nuca per scendere rapide lungo i fianchi di Cinzia, infilandosi sotto il bordo della camicia di seta nera e stringendo direttamente la pelle nuda della vita, sollevandola leggermente dalla poltrona con una forza insospettabile. — Stefano... Dio, Stefano... — ansimò Cinzia tra un bacio e l'altro, le unghie che affondavano con avidità nella schiena del medico, sentendo i muscoli tesi sotto la camicia. Le labbra di Stefano scivolarono via dalla bocca della ragazza, tracciando una scia di baci roventi, umidi e pesanti lungo la mandibola, l'angolo del collo, fino a fermarsi sulla fossetta della gola. I suoi denti sfiorarono la pelle sottile, mordicchiandola leggermente con una possessività feroce, mentre le sue mani continuavano a salire, accarezzando i seni compressi sotto la seta, stringendone i volumi con palmi caldi e avidi. La stanza buia, rischiarata solo dal chiarore spettrale del tabellone ottotipico, divenne il teatro di un movimento frenetico, fatto di respiri spezzati, di stoffe stropicciate, di pelle che bruciava a ogni sfregamento. Cinzia si sentiva svanire, incapace di distinguere la realtà dello studio medico dalla vertigine carnale che la stava travolgendo, riducendo ogni suo pensiero a quel corpo che la dominava, la consumava e la pretendeva interamente. Ore dopo, quando la luce della città fuori aveva assunto le sfumature cupe e calde della sera inoltrata, la quiete dello studio medico era tornata a regnare sovrana, sebbene l'aria sembrasse ancora vibrare di una carica elettrica latente, pesante dell'odore acre del sudore e del profumo di cedro e tabacco. Cinzia era seduta sul bordo della pesante scrivania di mogano. I vestiti erano stati ricomposti con cura maniacale, ma il suo viso era tradito da un rossore persistente sulle gote, dalle labbra ancora gonfie e arrossate per i baci ricevuti, e da uno sguardo liquido, vagamente smarrito, che fissava il vuoto con un sorriso sottile e compiaciuto. Dall'altro lato della stanza, Stefano era seduto alla sua poltrona girevole. Indossava di nuovo il camice bianco, perfettamente abbottonato fino all'ultimo bottone, e i suoi capelli erano stati raccolti in una coda ordinata che non lasciava trasparire alcun disordine. Solo il respiro leggermente più profondo e il rossore appena percettibile sugli zigomi alti tradivano la tempesta appena trascorsa. Con gesti misurati e calmi, Stefano impugnò la penna stilografica, iniziando a compilare un modulo cartaceo sul ricettario medico. — E così, dottor Moretti — esordì Cinzia, la voce roca, ancora carica di una vibrazione sensuale, mentre si sistemava i polsini della camicia. — Qual è il verdetto definitivo? Devo preoccuparmi per la mia vista o la mia miopia è peggiorata irrimediabilmente? Stefano sollevò la penna, posandola accanto al calamaio. Si aggiustò la montatura spessa sul naso con la punta dell'indice, sfoggiando un'espressione di rigorosa e imperturbabile serietà clinica. — Il test di oggi ha evidenziato anomalie gravissime nella tua percezione delle distanze e dei confini professionali, Cinzia — rispose Stefano, con un tono perfettamente medico ma increspato da un impercettibile, famelico sorriso all'angolo della bocca. — Hai dimostrato una recidiva e intollerabile incapacità a mantenere le distanze di sicurezza prescritte dai protocolli sanitari. Cinzia scoppiò in una risata bassa, calda, scivolando giù dalla scrivania con un movimento felino e avvicinandosi lentamente alla cattedra del medico. — E quale sarebbe la cura prescritta per una simile patologia, dottore? — chiese, appoggiando i palmi sul legno scuro, sporgendosi in avanti fino a far sfiorare il proprio naso contro quello di Stefano, imprigionandolo nello spazio ristretto tra la sedia e la scrivania. Stefano strappò il foglio dal blocchetto con un gesto secco, lo piegò con cura geometrica e lo spinse verso di lei, sfiorandole deliberatamente i polpastrelli con le unghie. — Visite di controllo bisettimanali — rispose Stefano, alzandosi di scatto in piedi per accorciare la distanza, inchiodando Cinzia con i suoi occhi scuri e magnetici. — Rigorosamente a porte chiuse.

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